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Buongiorno dalla redazione del Sole 24 Ore. Questa è Start, la newsletter del mattino con le notizie principali per cominciare la giornata. Oggi è domenica 23 agosto.
Le richieste di connessione alla rete elettrica per nuovi data center in Italia hanno raggiunto 95,38 GW al 21 agosto, contro appena 1 GW nel 2021, secondo i dati di Terna. Le domande sono 531, di cui 300 presentate dall’inizio del 2026 per 58,7 GW, il 48,2% di potenza in più rispetto ai primi otto mesi del 2025. La corsa si concentra soprattutto al Nord e in Lombardia, che da sola conta 290 richieste per 46 GW, in gran parte nell’area di Milano, seguita da Lazio, Piemonte e Puglia. Il dato rappresenta però soprattutto una domanda potenziale: appena 15 progetti, per 1,88 GW, hanno raggiunto la fase di maturità più avanzata. Circa il 10% delle richieste è direttamente riconducibile a operatori di data center o fondi specializzati, il 30% a società di progettazione, sviluppo e di scopo e il restante 60% soprattutto a realtà immobiliari, logistiche e altri operatori privati. Terna valuta le richieste e definisce le soluzioni tecniche e i costi necessari per collegare gli impianti alla rete, mentre i progetti devono successivamente superare gli iter autorizzativi. Attualmente sono otto i data center collegati alla rete come specifiche unità di consumo, tre dei quali entrati in servizio nel 2026. Nei prossimi mesi sono previste altre quattro connessioni, tutte in Lombardia. Considerando anche gli impianti più piccoli collegati alle reti di distribuzione o inseriti in complessi industriali, i data center connessi sono complessivamente 226, per una potenza di 513 MW. La loro espansione potrebbe incidere significativamente sui consumi elettrici italiani: negli scenari più sfidanti elaborati da Terna, l’aumento dei consumi finali legato allo sviluppo dei data center può arrivare fino al 17%.
La partita per l’ultima legge di Bilancio della legislatura è già iniziata, anche se le scelte definitive dipenderanno dalle risorse disponibili e dal confronto con Bruxelles. Tra le priorità indicate dal governo ci sono lavoro e famiglia, con diverse misure allo studio. Una delle ipotesi è la detassazione della tredicesima, con un’aliquota del 15% o del 10% che potrebbe garantire un risparmio netto tra 200 e 500 euro a seconda del reddito. Si valuta anche la conferma del bonus per le madri lavoratrici e degli incentivi alle assunzioni stabili di giovani e donne. Sul fronte Irpef, una proposta prevede di estendere fino a 60mila euro l’aliquota del 33%, oggi applicata allo scaglione tra 28mila e 50mila euro, con un beneficio aggiuntivo fino a mille euro e un costo vicino ai 3 miliardi. Il governo punta inoltre a confermare la tassazione al 5% degli aumenti derivanti dai rinnovi contrattuali. La ministra del Lavoro Marina Calderone vuole mantenere anche l’imposta agevolata all’1% sui premi di produttività fino a 5mila euro. Secondo Calderone, nel 2026 sono aumentati di migliaia di unità i contratti depositati al ministero e i premi di produttività sono cresciuti mediamente di 500 euro a persona nelle aziende interessate. Nel pacchetto potrebbero rientrare anche le agevolazioni per lavoro notturno e festivo e altre maggiorazioni retributive. Infine, si punta a rafforzare gli investimenti nella formazione, attraverso strumenti come il Fondo nuove competenze e gli Its Academy, mentre la portata effettiva degli interventi sarà stabilita sulla base delle risorse disponibili.
Dopo la doppia Ops lanciata da Mps su Banco Bpm e Banca Generali, l’attenzione si sposta sulle reazioni degli azionisti e sui prossimi consigli di amministrazione, a partire da quello di Banco Bpm atteso a breve. Tra i soci di Mps, Pierluigi Tortora ha espresso un giudizio favorevole sulle operazioni, mentre restano ancora coperte le carte di Delfin, Francesco Gaetano Caltagirone, Tesoro e BlackRock. Gli azionisti saranno chiamati tra poco più di due mesi a votare a Siena sulla doppia operazione, con un esito al momento difficile da prevedere. A complicare il quadro c’è la “passivity rule”, applicata a Mps dopo l’Opas di Intesa Sanpaolo e che impone una maggioranza dei due terzi. Intesa, intanto, prepara un esposto alla Consob per contestare alcuni aspetti delle mosse dell’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio, mentre si avvicina l’assemblea del 10 settembre. Sul fronte Banco Bpm, resta centrale la posizione di Crédit Agricole, primo socio con il 29,30%, che non ha commentato le indiscrezioni su possibili interlocuzioni con Palazzo Chigi. Banca Generali ha invece precisato che l’offerta di Mps non è stata né richiesta né concordata. Generali, che controlla il 50,17% di Banca Generali, ha mostrato una possibile apertura ma deve ancora esaminare il dossier. Sullo sfondo continua inoltre il processo per integrare Mediobanca in Mps, aumentando ulteriormente la complessità del risiko bancario. Finora il mercato e diversi analisti hanno accolto con freddezza le controfferte di Mps, e l’attenzione è ora rivolta alla prossima apertura di Piazza Affari per verificare la reazione dei titoli coinvolti.
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