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– di Michele Pignatelli |
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LA SETTIMANAL’Ungheria archivia l’era Orbán, misure Ue contro lo shock energetico, Starmer nell’angolo |
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Peter Magyar, leader del partito di opposizione Tisza, e altri esponenti del movimento festeggiano a Budapest dopo i primi risultati delle elezioni.REUTERS/Marton Monus |
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Buongiorno e bentornati su Europa24, in una settimana che non può non partire dal principio: la vittoria a valanga registrata in Ungheria da Peter Magyar e da Tisza, che hanno messo così fine a 16 anni di premierato di Viktor Orbán . Un successo salutato subito con grandi festeggiamenti a Budapest, che consegna al leader dell’opposizione la “supermaggioranza” di due terzi del Parlamento necessaria a cambiare la Costituzione; ma anche un risultato che rappresenta una vittoria almeno potenziale per l’Unione europea, dopo anni di contrasti via via più forti con Orbán. |
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L’atteggiamento di Bruxelles nei confronti del nuovo corso e del nuovo leader (uscito peraltro da una costola di Orbán), rimane tuttavia prudente, come hanno confermato anche le prime dichiarazioni della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. |
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Il voto ungherese è l’ennesima dimostrazione di quello che ormai appare l’”abbraccio mortale” di Donald Trump, ossia le ricadute negative dell’endorsement, in questo caso al partito di Orbán, da parte del presidente americano, che peraltro non fa più sconti ai governi fino a ieri considerati amici. Ne sa qualcosa la premier italiana, Giorgia Meloni, passata dagli elogi trumpiani dell’anno scorso («leader eccezionale») alle pesanti critiche seguite alla sua condanna dell’attacco del presidente Usa al Papa (ma anche alla mancata concessione della base di Sigonella ai jet statunitensi impegnati nella guerra con l’Iran). |
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I negoziati per fermare il conflitto hanno registrato nel fine settimana un’accelerazione, con l’annuncio della riapertura dello Stretto di Hormuz, poi subito richiuso, e di una tregua di dieci giorni in Libano, di fatto imposta dagli Stati Uniti a Israele e subito violata. Le prossime ore diranno se si tratta di un passo effettivo verso una tregua stabile. I Paesi europei si preparano intanto a gestire la fase successiva al cessate il fuoco, con una missione difensiva che garantisca la sicurezza della navigazione nello Stretto, concordata dai leader della coalizione dei volenterosi riunitisi venerdì a Parigi. |
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Di Iran si parlerà poi al Consiglio europeo in programma giovedì e venerdì a Cipro. Centrali restano i timori per le ricadute economiche del conflitto, con l’aggiornamento del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale che hanno confermato il rallentamento dell’economia mondiale, se non il rischio di recessione, in particolare per la Ue, in caso di crisi energetica duratura. |
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La Ue si prepara intanto a presentare un pacchetto di misure per affrontare lo shock energetico e coprire in parte i rincari, da una maggiore flessibilità negli aiuti di Stato a un migliore coordinamento tra i Paesi membri nell’acquisto di gas. Allo studio ci sarebbe anche, secondo le ultime informazioni, una mappatura del fabbisogno di cherosene e un uso solidale delle riserve. |
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Oltremanica continua a tenere banco il caso Mandelson, la nomina ad ambasciatore negli Stati Uniti dell’ex ministro, nonostante le relazioni pericolose intrattenute con Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo poi morto suicida in carcere. Venerdì si è dimesso un alto funzionario del Foreign Office, assumendosi la responsabilità della nomina nonostante il parere negativo dei Servizi, ma il cerchio sembra stringersi sempre più attorno al premier, Keir Starmer, di cui l’opposizione (ma anche alcuni deputati laburisti) chiede a gran voce le dimissioni. Il primo ministro è atteso domani in Parlamento per fornire la sua versione dei fatti. |
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Continua infine, senza sbocchi apparenti (e con nuovi rischi per il “sarcofago” della centrale nucleare di Chernobyl), la guerra in Ucraina. Vi raccontiamo in questo approfondimento come sta cambiando il conflitto con i soldati-robot in campo. |
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IL GRAFICO DELLA SETTIMANAL’oro sorpassa il dollaro |
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Fonte: Bloomberg |
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VISTO DA BRUXELLESIl coraggio di Sanchez e le ambizioni della Spagna |
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di Beda Romano |
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Al netto delle preferenze politiche dell’uno o dell’altro la figura di Pedro Sánchez non può non far riflettere. Il primo ministro socialista spagnolo ha inanellato nelle ultime settimane una serie di decisioni in controtendenza rispetto a quelle di altri dirigenti europei. Prima di tutto ha vietato l’uso contro l’Iran delle basi americane sul suo territorio. Altri hanno seguito, in ritardo. Lo shock petrolifero ha dimostrato che la Spagna, campione delle energie rinnovabili, è assai più sovrana in termini energetici di altri Paesi guidati da partiti sovranisti. A fine marzo ha deciso di investire altri cinque miliardi di euro in questo campo. Più recentemente, le Cortès hanno approvato una proposta del governo che prevede la regolarizzazione di 500mila immigrati clandestini. Sappiamo che molti di questi sono di lingua spagnola, ma tant’è: di questi tempi, il coraggio politico è evidente. |
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Peraltro, la Spagna fu tra i Paesi più lucidi nel denunciare la guerra israeliana a Gaza, mentre altri governi sceglievano una imbarazzante equidistanza. Oggi la posizione spagnola riceve conferma da una petizione popolare a livello europeo, a favore della sospensione dell’Accordo di associazione con Israele. Ancora una volta, al netto delle inclinazioni politiche di ciascuno, le posizioni spagnole inducono al confronto con le scelte di altri Paesi, spesso segnate da piccolo cabotaggio e mero opportunismo. Chissà se le scelte del premier Sánchez avranno ricadute concrete sulle politiche europee? L’ex governatore Pablo Hernández de Cos ambisce a guidare la Banca centrale europea nel 2027. Se fosse nominato, Madrid sarebbe al comando della politica economica europea. Spagnole sono la presidente della Banca europea degli Investimenti e la commissaria alla Concorrenza. |
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IL VOTO IN EUROPABulgaria di nuovo alle urne, favorito l’ex presidente Radev |
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L’ex presidente e leader di Bulgaria progressista, Rumen Radov, durante un comizio elettorale a Sofia REUTERS/Spasiyana Sergieva |
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Archiviata la “democratura” di Orbán, i riflettori si spostano oggi sulla Bulgaria, chiamata al voto per l’ottava volta in cinque anni. Grande favorito è il partito Bulgaria progressista dell’ex presidente Rumen Radev, che tutte le agenzie demoscopiche danno vincente, seppure senza una maggioranza assoluta. In competizione con Radev ci sono ben 24 formazioni politiche (14 partiti e 10 coalizioni) per riempire i 240 seggi da cui è composto il Parlamento unicamerale bulgaro. |
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Sull’ex presidente, e soprattutto sulle sue posizioni in politica estera, non mancano in realtà i timori, viste le posizioni euroscettiche (il Paese è appena entrato nell’Eurozona) e le ambiguità sulla guerra in Ucraina. |
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