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sabato 9 marzo 2019

Italia-Cina, la via della Seta spaventa la Ue

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Il Sole 24 Ore
Europa24 - Le storie da sapere per cominciare la giornata

di Alberto Magnani

10 marzo 2019

L’ACCORDO CON PECHINO

Italia-Cina, la via della Seta spaventa la Ue

Una vista aerea del porto di  Qingdao (Afp)

Una vista aerea del porto di Qingdao (Afp)

Corsia preferenziale per l’export, o «cavallo di Troia» della Cina in Europa? Sono le due interpretazioni che si scontrano sulla scelta dell’Italia, annunciata dal premier Giuseppe Conte, di firmare un accordo quadro per il cosiddetto Belt and Road global investment drive: il maxi-progetto infrastrutturale di Pechino per collegare la Cina a un circuito di decine di paesi nel mondo, fra Asia, Africa e, appunto, Europa. Il premier ha confermato l’anticipazione rilasciata al Financial Times dal sottosegretario Michele Geraci, convinto che si sarebbe arrivati a un’intesa entro la visita del 22 marzo del presidente cinese Xi in Italia. Aveva ragione.

L’Italia è il primo paese del G7 a dare il suo assenso al programma, guardato con sospetto dal resto della Ue e gli Stati Uniti. Diversi paesi europei, a cominciare da Francia e Germania, temono che la nuova «via della seta» finisca per intensificare le influenze cinesi sul mercato europeo, favorendo le aziende cinesi e quel meccanismo di «rapina tecnologica» (acquisire imprese Ue per sottrarne i brevetti) che fa irritare le istituzioni comunitarie.

Visto da Roma, l’obiettivo è di accapparrarsi una nuova leva per le esportazioni di prodotti italiani in Cina. Visto da alcuni occhi a Bruxelles, l’Italia è finita nel mirino del gigante asiatico perché giudicata l’anello debole della catena Ue, il mercato più facile da penetrare per espandersi nel resto del Continente (e seminare qualche frizione in più nell’Unione in vista del voto di maggio alle Europee).

La commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstrom (Epa)

La commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstrom (Epa)

Bruxelles sta cercando di impostare una linea unitaria in vista del summit bilaterale del 9 aprile con Pechino, quando l’Europa tenterà di presentarsi con una posizione condivisa sul tema degli investimenti cinesi in Europa. Il tutto senza alienarsi gli Stati Uniti di Donald Trump, dopo i vari tentativi di ricucire con Washington attuati dalla commissaria al Commercio Cecilia Malmstrom (foto).

Non aiuta, in questo senso, l’atteggiamento fin troppo accomodante mostrato dal nostro esecutivo su un’altra questione vitale negli equilibri internazionali: il 5G. Il governo italiano, almeno in quota Cinque stelle, ha aperto senza troppi dubbi alla partecipazione del colosso nazionale Huawei nelle aste per le reti di quinta generazione, le «autostrade» che faranno scorrere le comunicazioni mobile del futuro. L’episodio ha provocato un nuovo litigio con la Lega, per una volta allineata all’Europa nello scetticismo sull’ingresso di Pechino nella partita.

Per saperne di più:
1) Ecco come funziona la nuova via della seta

2)  Via della seta, il governo Usa in pressing su Roma

I FATTI DELLA SETTIMANA

Storie da Bruxelles (e non solo)

Brexit, conto alla rovescia e lo spettro del rinvio

Theresa May (Reuters)

Theresa May (Reuters)

A meno di 20 giorni dal via alla Brexit, il governo di Theresa May (foto) non è ancora riuscito a far approvare al parlamento britannico l’accordo di divorzio con la Ue. I rappresentanti diplomatici dell’Isola sono impegnatinell’ennesimo round di negoziati a Bruxelles, nel tentativo di strappare ai leader europei una modifica sostanziale del backstop: l’accordo che vieta la costruzione di un confine fisico fra Irlanda e Irlanda del Nord, avversato dai Brexiter più radicali perché manterrebbe la seconda (e quindi, l’intera Gran Bretagna) nel perimetro dell’Unione doganale.

Bruxelles è arrivata a concedere una clausola che consentirebbe il recesso unilaterale di Londra dal backstop, ma il governo britannico ha già sbarrato la porta. I negoziati sono sfavoriti anche dall’impressione, non entusiasmante, che il procuratore generale britannico Geoffrey Cox (il negoziatore per Londra) sta lasciando di sé. Le sue proposte sono ritenute «irrealistiche» e Cox ha fornito il suo assist ai detrattori, dichiarando che la versione attuale del backstop violerebbe il principio di rappresentanza politica sancito dalla Convenzione europea dei diritti uomo.

La settimana prossima, la partita si gioca nell’arco di tre giorni: il 12 marzo i parlamentari votano sull’accordo di May, con la premier che minaccia l’addio a Brexit in caso di bocciatura; il 13 marzo si decide se optare per un divorzio deal o no-deal; il 14 marzo si decide se dare l’ok a un rinvio. La terza via è, per ora, anche la più probabile.

L’espulsione di Orbán dal Ppe e l’ipotesi di un fronte sovranista

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán (Reuters)

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán (Reuters)

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán si è detto pronto a lasciare il Partito popolare europeoe cercare un’alleanza con i nazionalisti polacchi di Diritto e giustizia. La dichiarazione di Orbán anticipa l’esito della votazione che si terrà all’assemblea del partito il 20 marzo, a Bruxelles, per decidere sulla sua espulsione. A far traboccare il vaso una campagna anti-europea e anti-migranti, con un attacco diretto al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

L0 spitzenkandidat del Ppe, Manfred Weber, ha posto tre ultimatum al leader magiaro per la sua permanenza nella famiglia del centrodestra europeo: ritirare la campagna, scusarsi pubblicamente e permettere all’università fondata dal finanziere americano George Soros di tornare a Budapest, dopo essere stata - di fatto - cacciata dal paese. Orbán non ha accolto nessuna delle richieste e inizia già a ventilare i primi scenari di intese, per lo più orientate verso un fronte sovranista con i cugini dell’Est Europa.

Non è detta l’ultima parola, visto che l0 stesso Ppe è diviso sul suo destino. Una quota del partito vuole Fidesz fuori, per conservare l’asse con i Socialisti e allargare l’intesa ai liberali (Alde). Le sigle più sbilanciate a destra temono, invece, che la frattura sia un regalo agli avversari. Fra i partiti contrari al suo addio c’è anche Forza Italia: Silvio Berlusconi è ricomparso sulla scena come mediatore, cercando di convincere Orbán a tornare sui suoi passi. Per il momento, non sembra aver funzionato...

Plenaria, agenda fitta a Strasburgo

Assemblea in programma dall’11 al 14 marzo (Epa)

Assemblea in programma dall’11 al 14 marzo (Epa)

Ultimi scampoli di legislatura, ultime assemblee plenarie all’Europarlamento. Quellain agenda dall’11 al 14 marzo si preannuncia abbastanza intensa. Sul tavolo ci sono, variamente: le linee guida per il Summit Ue dal 21-22 marzo, la limitazione dell’impatto negativo di una Brexit no-deal sui cittadini, il contrasto alla «minaccia informatica proveniente dalla Cina» (leggi, soprattutto, 5G), l’adozione di un regolamento Ue sulla cybersicurezza, la protezione degli elettori dallefake news a sfondo politico, la presa di posizione dell’Eurocamera sulle relazioni Ue-Russia (con l’ipotesi di nuove sanzioni).

Il 12 marzo si vota una risoluzione per spingere la Ue a «considerare ulteriori sanzioni se la Russia continuerà a violare il diritto internazionale». E la riforma del copyright che tiene in scacco, da mesi, le cronache europee? Niente paura, è in programma per la plenaria di fine mese a Strasburgo. Aspettarsi una guerra furibonda fra i lobbisti, dopo quella che si è già consumata negli ultimi tre anni.

L’11 marzo, ma a Bruxelles, si riunisce invece l’Eurogruppo. Sul tavolo c’è la questione dell’eurobudget.

L’Europa in pillole
- Battuta d’arresto per gli entusiasmi sulla «rinascita greca». Il paese ellenico ha chiuso il suo quarto trimestre 2018 in contrazione, sia pure con un calo modesto (-0,1%) rispetto alle attese

- Invasione di migranti? Ne siamo sicuri? Con 150mila sbarchi, il 2018 ha segnato il picco minimo di ingressi da cinque anni. Losegnala la Commissione europea

- Preoccupati dalla Brexit? Mal (o ben) che vada, la Germania vi aspetta. È questo, in sintesi, l’invito rivolto da Berlino agli infermieri polacchi preoccupati sul proprio futuro professionale nel Regno Unito.Qui la storia completa

RASSEGNA&AGENDA

Cosa abbiamo letto, cosa guardare questa settimana

 Mario Draghi (Reuters)

Mario Draghi (Reuters)

Il «maestro dei tassi a zero». Così i padroni di casa della Frankfurter Allgemeine Zeitung, la storica testata finanziaria tedesca, salutano l’operato di Mario Draghi dopo l’ultima riunione della Bce. Draghi, scrive la Faz, lascia un’eredità pesante sulle spalle del suo successore.

Altro che «costruire ponti». Il Partito popolare europeo ha sopportato troppo a lungo Orbán e le sue violazioni di diritti. Ora è tempo di recidere i legami. L’Economist entra a gamba tesa sulla questione Fidesz.

Le stelle politiche del presidente francese Emmanuel Macron e della commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager potrebbero incrociarsi per ilvoto europee. Esatto, c’entrano le ambizioni di Vestager come presidente della Commissione europea per i liberali. La storia è su Politico.

Cosa non perdere
- 11 marzo:
produzione industriale e bilancia commerciale della Germania; a Bruxelles, riunione dell’Eurogruppo; scadenza del termine per l’avvio dei bandi Tav.

- 11-14 marzo: assemblea plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo (leggi sopra). Quicomunque tutto il programma in inglese e francese.

- 12 marzo: voto sull’accordo di Brexit alla Camera dei Comuni a Londra. In caso di bocciatura, i deputati si esprimeranno il 13 sulla preferenza tra uscita deal o no-deal e il 14 marzo sull’ipotesi di rinvio.

- 13 marzo: produzione industriale dell’Eurozona a gennaio; mercato del lavoro italiano nel quarto trimestre 2018;

- 14 marzo: inflazione a febbraio di Germania e Francia

- 15 marzo: inflazione a febbraio dell’Eurozona, revisione del rating di Moody’s sull’Italia

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