| Questa settimana facciamo un viaggio in anteprima, in compagnia della nostra collaboratrice Laura Leonelli, nell'archivio dell'Agenzia Publifoto, che racconta 80 anni di storia italiana e conserva divertenti (e censurate) foto di potenti, spesso corredate da esilaranti «schedine» esplicative che raccontano, come ci piega Laura, il “prima”, il “durante” e il “dopo” di situazioni spesso imbarazzanti per il potente di turno. In quei frangenti, diventavano strategiche la prudenza e la discrezione di fotografi e archivisti. “Se l'avesse pubblicata – racconta per i lettori della Domenica Laura Leonelli - sarebbe stata la fine: a casa tutti, impiegati e fotografi, e l'archivio, che aveva raccontato fino allora la storia d'Italia, deserto e muto nelle cassettiere ormai chiuse a chiave. Se Vincenzo Carrese avesse distribuito quella straordinaria lezione di giornalismo, quell'andare dietro le quinte, quel guardare dove non si dovrebbe e cogliere del potente la sua fragilità e la sua scarsamente virile prestanza, l'Agenzia Publifoto avrebbe concluso la sua vita gloriosa. Lo sapeva anche Peppino Benzi che nel 1959 aveva ritratto Amintore Fanfani sul palco del settimo congresso DC, di spalle e in piedi non solo sulla pedana di ordinanza, protetta da un drappo di seta, ma su un rialzo supplementare di giornali per raggiungere la vetta del microfono. All'epoca si poteva portare tutto con orgoglio, i capelli naturalmente brizzolati a cinquant'anni, la pelata incipiente, persino la pancia, ma l'altezza no, e così dall'alto di quel metro e sessantatré centimetri cadde la pietra della censura e sul cartellino dell'agenzia, accanto al numero di negativo 573959 bis, comparve la scritta a mano «non si può dare». Sessant'anni dopo, quel cartoncino è tornato alla luce, più segreto dell'immagine che ha protetto per almeno tre decenni. E per una volta, nonostante la bellezza delle fotografie – un'ampia selezione è in mostra a «Camera», a Torino, fino al 7 luglio, e un'altra sul paesaggio al festival di Cortona On The Move dall'11 luglio al 29 settembre – sono le schede, battute a macchina o corrette a mano, emblema di un ordine supremo che governa sette milioni di scatti, a guidare alla scoperta di quello straordinario patrimonio storico e culturale che è l'Archivio Publifoto, acquisito nel 2015 da Intesa Sanpaolo nell'ambito del Progetto Cultura per la valorizzazione dei patrimoni artistici, e ora ospitato nell'immenso caveau della sede milanese dell'istituto bancario a Bisceglie, dove un gruppo di validissime archiviste, Barbara Costa, direttrice dell'Archivio Storico Intesa Sanpaolo, Serena Berno, Maura Dettoni e Silvia Cerri, stanno riscoprendo e digitalizzando i materiali. Lavoro monumentale”.
Nel menu della Domenica molti altri argomenti. Ecco una selezione per i lettori del Sole 24 Ore |
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