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domenica 12 aprile 2026

Crisi energetica, prime tensioni in Europa. Ungheria al voto dopo 16 anni di Orbán

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Il Sole 24 Ore
Europa24

di Michele Pignatelli

12 aprile 2026

La settimana

Crisi energetica, prime tensioni in Europa. Ungheria al voto dopo 16 anni di Orbán

Un trattore blocca O'Connell Street a Dublino durante una protesta sul caro carburante Conor Humphries/REUTERS

Buongiorno e bentornati su Europa24. In una settimana ancora dominata dalla guerra in Medioriente - prima sull’orlo di una nuova drammatica escalation, poi attraversata da speranze, seppure esigue, di cessate il fuoco - il tema centrale del dibattito europeo sono rimaste le ricadute economiche del conflitto.

Ricadute sulla crescita globale, come ha confermato la direttrice del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, anticipando un concetto che sarà oggetto del dibattito (e di stime aggiornate) durante gli incontri di primavera dell’Fmi della settimana che inizia domani; ricadute che tuttavia nell’Eurozona, già alle prese con una ripresa che stentava a decollare e più esposta degli Stati Uniti alle ripercussioni sul fabbisogno energetico, hanno innescato una discussione sulla possibile sospensione del Patto di stabilità, sostenuta con particolare vigore dall’Italia.

È la cosiddetta clausola di salvaguardia generale, come vi spieghiamo in questa analisi: un’eventualità prevista dall’attuale disciplina di bilancio europea in circostanze eccezionali, attivata finora una sola volta, durante la pandemia. Al momento tuttavia, la Commissione europea non sembra orientata a muoversi in questa direzione.

Bisognerà ovviamente valutare la durata dell’emergenza e le sue ripercussioni anche sociali, che già hanno mostrato questa settimana qualche segnale allarmante, come le proteste legate alla crisi del carburante che hanno paralizzato l’Irlanda.

Dalla crisi energetica e dal blocco dello Stretto di Hormuz c’è anche chi sta traendo non poco profitto, come la Russia, beneficiaria non solo dell’aumento dei prezzi di petrolio e gas ma anche di una domanda crescente che riporta Mosca al centro dei giochi.

Quella che si conclude era la settimana che portava alle elezioni politiche ungheresi, in programma oggi, che sono state pertanto il tema politico dominante. Si tratta di un voto che, stando ai sondaggi, potrebbe mettere fine dopo 16 anni al potere del premier Viktor Orbán. È un voto guardato con particolare attenzione anche dall’Unione europea, che con il leader di Fidesz ha avuto negli ultimi anni un rapporto a dir poco burrascoso.

Orbán da parte sua si gioca tutte le carte per non lasciare il governo, soprattutto l’appoggio esterno: quello tradizionale della Russia di Putin, riemerso con forza nelle accuse di tentato sabotaggio al gasdotto Turkstream rivolte dal premier ungherese all’Ucraina, e quello degli Stati Uniti di Donald Trump, che ha mandato in settimana il suo vice, JD Vance, a Budapest.

A prendere il posto di Orbán si candida Peter Magyar, leader di Tisza, un partito che ricorda il Movimento Cinquestelle delle origini e che, forte di una capillare presenza social, è cresciuto nei consensi al punto da presentarsi ora come favorito. Ve lo raccontiamo in questo approfondimento.

E mentre oggi si celebra la Pasqua ortodossa che, almeno nelle dichiarazioni della vigilia, dovrebbe portare a una tregua temporanea nella guerra tra Russia e Ucraina, concludiamo facendo il punto sul percorso di avvicinamento di Kiev all’Unione europea.

il grafico della settimana

Dalle guerre i contraccolpi maggiori sul Pil (perdite cumulative in % a 5 anni dallo shock)

Fonte: Fmi

visto da bruxelles

L’eccezione ungherese che la Ue non si può più permettere

di Beda Romano

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, appena un anno e mezzo fa, ha confermato che l’Unione europea non può ammettere troppe spaccature e incomprensioni nei suoi ranghi. Il presidente americano non solo ha scombussolato le relazioni internazionali. Ha anche messo in chiaro di avere nei confronti del progetto europeo un evidente sentimento di astio e di disprezzo. Indipendentemente dall’esito del voto di oggi in Ungheria, la Ue dovrà imporre ai Paesi membri di serrare le fila. Il contesto richiede da parte europea unità e coesione. L’Unione non si può più permettere di avere al proprio interno un Paese che non rispetta i pilastri fondatori della costruzione comunitaria, e che anzi viola il principio di leale cooperazione.

I Trattati europei hanno mostrato i loro limiti. Escludere d’emblée un Paese membro non è contemplato dalle regole comunitarie, mentre sospendere i diritti di un Paese membro richiede l’accordo unanime dei governi, difficile da ottenere. Bisognerà trovare altre strade. A Milano, nel 1985, il Consiglio europeo decise di rivedere i Trattati in vista della nascita di un mercato unico, senza il benestare del Regno Unito che allora si opponeva. La decisione permise di superare l’onere dell’unanimità e di proseguire sulla strada dell’integrazione. In ultima analisi la scelta probabilmente contribuì a Brexit. Saranno necessarie decisioni altrettanto radicali, se l’Unione non vuole cadere vittima sul campo di battaglia del nuovo ordine mondiale.

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