| Grande mostre. In primo piano, a Ferrara, gli intrecci tra cultura ebraica e cristiana, evidenziati in particolare dalle tavole dei grandi maestri della pittura italiana del Rinascimento. Giulio Busi, curatore, con Silvana Greco, de Il Rinascimento parla ebraico, ci aiuta a inquadrare il periodo e l'importanza dell'esposizione che inizia il 12 aprile al Meis, il Museo Nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah. Dopo la mostra d'inaugurazione, nel 2017, su I primi mille anni dell'ebraismo italiano, con Il Rinascimento parla ebraico il Museo Nazionale dell'Ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara, diretto da Simonetta Della Seta, affronta uno dei periodi più importanti della storia culturale della nostra Penisola. Il Rinascimento è senza dubbio un'epoca decisiva per la creazione dell'identità italiana, sia per l'ineguagliata creatività artistica sia per il valore simbolico e per l'influsso esercitato sull'intera costruzione storica e intellettuale, al di qua e al di là delle Alpi. È una stagione, quella rinascimentale, che accoglie in sé esperienze multiple: incontri, scontri, momenti armonici e brusche cesure. Non a caso, nella storiografia più recente, si parla talvolta di “Rinascimenti”, per sottolineare queste sfaccettature della vita intellettuale alle soglie della modernità. Il laboratorio plurale del Rinascimento ha parecchio da insegnare anche al nostro presente, sempre più multiculturale. Non perché la storia si ripeta, e il passato possa essere imitato. Ma perché una società aperta deve sapersi interrogare sulle radici molteplici della propria vitalità. Il Rinascimento parla ebraico, curato da Giulio Busi e Silvana Greco, racconta questa stagione attraverso un dialogo. Da una parte ascoltiamo la voce della società maggioritaria cristiana, con la fitta rete dei centri maggiori, delle corti, delle città e degli stati territoriali in serrata competizione tra loro per il primato politico, economico, artistico. L'altra voce che cogliamo, in tutta la sua forza ed espressività, è quella degli ebrei italiani. Con la loro storia già lunga alle spalle, la diffusione ormai capillare sul territorio, con la propria forte autonomia e con la spinta a partecipare al comune slancio di rinnovamento. Curiosità reciproca, contatti quotidiani, persino amicizia. Sarebbe un errore sopravvalutarla, questa parte più chiara, e fare dell'Italia del Rinascimento un'isola felice e idilliaca. Ma è altrettanto parziale non volerla vedere, la compenetrazione tra cultura ebraica e cristiana. Anzi, non vederla, è quasi impossibile, almeno per chi abbia occhi per guardare. Basta scorrere i dipinti dei grandi maestri della pittura italiana dell'epoca, per accorgersi che i soggetti ebraici, e la stessa lingua santa, sono messi in bella evidenza, risaltano in primo piano. E non nelle opere minori. Sono grandi a sciorinare davanti ai fedeli in chiesa, e ai ricchi committenti nei palazzi e nei castelli, un ebraismo antico, autorevole, quasi sempre rispettato e preso a modello. Giotto, Beato Angelico, Cosmè Tura, Ghirlandaio, Mantegna, Carpaccio, Michelangelo, Raffaello. Nel menu della Domenica molti altri argomenti. Ecco una selezione per i lettori del Sole 24 Ore |
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