| Tibet e conoscenza. A Giuseppe Tucci, il grande orientalista del '900, si devono preziose testimonianze artistiche e religioso-filosofiche delle civiltà orientali. Un libro ne ripercorre gli itinerari nella storia spirituale dell'umanità. Giuliano Boccali, esperto di letteratura e religioni dell'Asia, ha raccontato per i lettori della Domenica uno dei viaggi della conoscenza di più alto valore. Fra il 1926 e il 1948 - racconta Boccali - Tucci compì otto spedizioni in Tibet, integrate e seguite da viaggi e missioni in Nepal o in altri Paesi himalayani. A partire dalla quarta in Tibet (1935), ogni spedizione fu seguita dalla pubblicazione dei resoconti scientifici, ma anche dal racconto dei viaggi in tono altamente divulgativo. Frutto delle ricerche e della produzione così in breve tratteggiate, che hanno pochi eguali fra quelle degli studiosi di ogni tempo e nazionalità, si situa Tibet, lavoro fondamentale per il servizio culturale reso ai lettori e agli specialisti mettendo a disposizione una documentazione iconografica che conserva vestigia oggi distrutte o di ardua accessibilità, documentazione risultante da trent'anni di ricerche dell'Autore. Il volume presenta infatti e interpreta scientificamente tutti i materiali da lui raccolti con scoperte casuali o all'interno dei monasteri; il capitolo centrale dell'opera è dedicato alla “genesi dell'arte tibetana” della quale sono messe acutamente in luce le componenti: molte fra queste dovute a influssi esterni, che spaziano dall'Iran all'Asia centrale, dall'India al Nepal alla Cina. Ma non meno importanti – prosegue Boccali - sono gli aspetti spirituali dell'opera di Tucci. Come, per esempio, l'episodio che segna la scelta di Siddhartha di abbandonare la reggia paterna, la successione al trono, il popolo che lo adora, la bellissima sposa, il gineceo sfarzoso e il figlio giovanetto, per intraprendere la vita ascetica nella selva. Così, allo sguardo ormai distaccato di Siddhartha, le donne discinte e dormienti appaiono inerti come fossero morte, prive di vergogna e ottenebrate dall'ignoranza. E i sommi dèi plaudono alla sua intenzione agevolandone la partenza dal palazzo e dalla capitale. Il principe sveglia il fido scudiero Chandaka e monta il destriero Kanthaka che si muove nella notte senza nitrire con passo sicuro: nessuno infatti deve accorgersi della partenza ad evitare che – secondo gli ordine paterni – sia impedita al futuro Buddha la realizzazione del suo proposito. Anche il cavallo infatti, come il testo precisa poco avanti, è “partecipe di conoscenza”, e in misura superiore agli altri animali che pure ne sono dotati. Miracolosamente poi, gli yaksha, semidivini geni della vegetazione, sollevano gli zoccoli di Kanthaka “come se fossero loti” e miracolosamente “le porte della città serrate con battenti di pesanti sbarre di ferro, che neppure elefanti avrebbero potuto rimuovere, da se stesse silenziosamente” si aprono: è iniziato uno dei viaggi della conoscenza di più alto valore nella storia spirituale dell'umanità. La sfida è gigantesca: come Siddhartha stesso dichiara “con voce leonina”, il suo proposito è giungere a vedere l'altra riva della vita e della morte, ossia varcare la corrente micidiale delle ri-nascite e ri-morti (il samsara), dissolvendo per sempre il dolore delle esistenze. Nel menu della Domenica molti altri argomenti. Ecco una selezione per i lettori del Sole 24 Ore |
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