| Oltre i pregiudizi. L'antologia di testi recentemente curata da Francesco Sferra sulla filosofia indiana dimostra come il pensiero dell'India abbia affrontato questioni relative ai più vari ambiti filosofici con una profondità, e una precisione di analisi, rimaste a volte ineguagliate dalle filosofie occidentali, passate e attuali. Giuliano Boccali, profondo conoscitore del pensiero orientale, analizza i pregiudizi sui quali si fonda la cattiva conoscenza della filosofia indiana, e accompagna i lettori della Domenica alla scoperta di scenari nuovi e sorprendenti. Spiega Boccali: gli atteggiamenti più diffusi nei confronti della filosofia indiana, anche presso il pubblico colto, sono in generale deformati e compressi da due opposte tendenze, fuorvianti in maniere diverse. Da una parte, le posizioni di Hegel nelle Lezioni del 1825/26 affermano che la “vera” filosofia comincia solo con i greci. Questo giudizio sarà mitigato, in maniera ambigua, nella versione del 1829/30, ma a diffondersi resterà l'attitudine fortemente riduttiva. Del pari influente, con motivazioni non troppo diverse, la stroncatura di Husserl negli anni '30 del secolo scorso. Doveva essere sfuggito a tutt'e due i pensatori – Hegel è certo più scusabile, date le scarse conoscenze circolanti all'epoca sua – che la filosofia indiana ha affrontato questioni relative ai più vari ambiti filosofici con una profondità e una precisione di analisi rimaste a volte ineguagliate: si possono ricordare l'ontologia, la teologia e l'epistemologia, la logica e la filosofia del linguaggio, queste ultime con indagini acutissime e risultati straordinari, l'etica, l'estetica e la politica… Hegel si sarebbe forse sorpreso constatando che l'analisi indiana della causalità approdava, circa millecinquecento anni prima di lui, a risultati quasi identici ai suoi. E non diversa da quella occidentale, per impostazioni e conclusioni antagoniste, è stata anche la trattazione indiana del problema del tempo. Di segno diverso, l'opposta tendenza mette capo a Schopenhauer, di certo incolpevole nel manifestare grande ammirazione per la filosofia indiana, riconoscendo il proprio debito nei suoi confronti, ma identificandola con un unico sistema, il vedanta, monista e panteista, per di più colorandola del suo pessimismo. Anche questo pregiudizio si è radicato, favorendo la medesima identificazione: sintetizzando in modo un po' drastico, questa afferma l'esistenza di un'unica realtà, il brahman assoluto, inconcepibile e ineffabile, e l'illusorietà della manifestazione effetto dell'ingannevole e misteriosa maya Anche se non mancano nel nostro Paese manuali di filosofia dell'India di alto livello, a partire da quello recente e consigliabilissimo di Raffaele Torella, giunge davvero benvenuta un'Antologia di testi, come dichiara il sottotitolo di Filosofie dell'India, pubblicata da Carocci e curata con ampiezza di orizzonti e grande misura da Francesco Sferra. Non esiste in India un termine esattamente equivalente a “filosofia”, quello che più gli si avvicina nella sostanza è anvikshiki vidya, all'incirca “conoscenza indagativa”; in essa, secondo le classificazioni tradizionali indiane, non sono incluse l'estetica e l'etica, che figurano invece opportunamente nell'antologia di Sferra in quanto indagate comunque con spirito e metodo filosofici. La filosofia occupa infatti un posto centrale nella cultura indiana e la sua prospettiva saliente è che, sin da tempi remoti, spesso ci si interroga molto più sul “come” funzionano le cose che non sul “che cosa” queste siano.
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