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domenica 7 luglio 2019

Apriamo gli occhi sulla filosofia indiana

Domenica, 7 Luglio 2019 Visualizza nel browser | ilsole24ore.com


Oltre i pregiudizi. L'antologia di testi recentemente curata da Francesco Sferra sulla filosofia indiana dimostra come il pensiero dell'India abbia affrontato questioni relative ai più vari ambiti filosofici con una profondità, e una precisione di analisi, rimaste a volte ineguagliate dalle filosofie occidentali, passate e attuali. Giuliano Boccali, profondo conoscitore del pensiero orientale, analizza i pregiudizi sui quali si fonda la cattiva conoscenza della filosofia indiana, e accompagna i lettori della Domenica alla scoperta di scenari nuovi e sorprendenti.
Spiega Boccali: gli atteggiamenti più diffusi nei confronti della filosofia indiana, anche presso il pubblico colto, sono in generale deformati e compressi da due opposte tendenze, fuorvianti in maniere diverse. Da una parte, le posizioni di Hegel nelle Lezioni del 1825/26 affermano che la “vera” filosofia comincia solo con i greci. Questo giudizio sarà mitigato, in maniera ambigua, nella versione del 1829/30, ma a diffondersi resterà l'attitudine fortemente riduttiva. Del pari influente, con motivazioni non troppo diverse, la stroncatura di Husserl negli anni '30 del secolo scorso. Doveva essere sfuggito a tutt'e due i pensatori – Hegel è certo più scusabile, date le scarse conoscenze circolanti all'epoca sua – che la filosofia indiana ha affrontato questioni relative ai più vari ambiti filosofici con una profondità e una precisione di analisi rimaste a volte ineguagliate: si possono ricordare l'ontologia, la teologia e l'epistemologia, la logica e la filosofia del linguaggio, queste ultime con indagini acutissime e risultati straordinari, l'etica, l'estetica e la politica… Hegel si sarebbe forse sorpreso constatando che l'analisi indiana della causalità approdava, circa millecinquecento anni prima di lui, a risultati quasi identici ai suoi. E non diversa da quella occidentale, per impostazioni e conclusioni antagoniste, è stata anche la trattazione indiana del problema del tempo.
Di segno diverso, l'opposta tendenza mette capo a Schopenhauer, di certo incolpevole nel manifestare grande ammirazione per la filosofia indiana, riconoscendo il proprio debito nei suoi confronti, ma identificandola con un unico sistema, il vedanta, monista e panteista, per di più colorandola del suo pessimismo. Anche questo pregiudizio si è radicato, favorendo la medesima identificazione: sintetizzando in modo un po' drastico, questa afferma l'esistenza di un'unica realtà, il brahman assoluto, inconcepibile e ineffabile, e l'illusorietà della manifestazione effetto dell'ingannevole e misteriosa maya
Anche se non mancano nel nostro Paese manuali di filosofia dell'India di alto livello, a partire da quello recente e consigliabilissimo di Raffaele Torella, giunge davvero benvenuta un'Antologia di testi, come dichiara il sottotitolo di Filosofie dell'India, pubblicata da Carocci e curata con ampiezza di orizzonti e grande misura da Francesco Sferra. Non esiste in India un termine esattamente equivalente a “filosofia”, quello che più gli si avvicina nella sostanza è anvikshiki vidya, all'incirca “conoscenza indagativa”; in essa, secondo le classificazioni tradizionali indiane, non sono incluse l'estetica e l'etica, che figurano invece opportunamente nell'antologia di Sferra in quanto indagate comunque con spirito e metodo filosofici. La filosofia occupa infatti un posto centrale nella cultura indiana e la sua prospettiva saliente è che, sin da tempi remoti, spesso ci si interroga molto più sul “come” funzionano le cose che non sul “che cosa” queste siano.

Nel menu della Domenica molti altri argomenti. Ecco una selezione per i lettori del Sole 24 Ore

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